Il doppio standard dei dissotterratori di cadaveri

Lo stupro non è una questione di razza o nazionalità, ma di patriarcato

 

Ho diciassette anni e sono femmina.

Sono femmina, e a me, come a tutte le mie amiche, se fino a qualche anno fa prima di uscire a casa ci dicevano di stare attente, ora a quel ‚mi raccomando‘ ci si aggiunge un ‚con tutto quello che succede alle ragazzine come te‘.

La domanda sorge quasi spontanea: cos’è allora che succede alle donne nel mio Paese? E chi ci raccomanda di rimanere vigili, si riferisce ai pericoli reali che una ragazza corre o basa le sue preoccupazioni su una percezione distorta dalla realtà?

Sono femmina, vivo sotto il peso di una società patriarcale, e se sono moglie di un uomo che se mi picchia, se mi stupra, se mi ricopre di insulti, magari la sera tardi dopo aver lavorato o bevuto troppo, va bene così. Io devo perdonarlo, gli uomini sono fatti così, e comunque lui ti ama e vuole il meglio per te, non dimenticarlo. Non dimenticare anche che se voi vi lasciate per lui non sarà mai finita, e stai tranquilla che te lo farà sapere, che cercherà in ogni modo di convincerti che voi due vi appartenete, soprattutto attraverso molestie e violenze: d’altronde i maschi veri devono raggiungere i loro obiettivi a qualunque costo.

Violenze da parte di partner o ex partner: questo è ciò a cui vanno incontro il 13,6% delle donne tra i 16 e i 70 anni in Italia, che si vanno ad aggiungere al 13% di vittime di violenze fisiche e sessuali da parte di amici e parenti (sempre tra le 16enni e le 70enni). ‚Gli stupri sono commessi nel 62,7% dei casi da partner, nel 3,6% da parenti e nel 9,4% da amici. Anche le violenze fisiche (come gli schiaffi, i calci, i pugni e i morsi) sono per la maggior parte opera dei partner o ex‘ riporta l’Istat.

Sono femmina, vengo uccisa, malmenata, violentata e maltrattata ogni giorno, sotto gli sguardi noncuranti di tutti: la sera in discoteca, sul posto di lavoro, quando rifiuto le avances di qualcuno. La mia morte e le violenze che subisco fanno di me una vittima di serie b. Ho dovuto aspettare tanto tempo per far sì che il termine ‚femminicidio‘  venisse accettato e utilizzato dall’opinione pubblica, anche se facciamo ancora fatica a dire che la nostra cultura ha insegnato ai maschi ad avere un problema con le donne.

Nel 2017 le vittime di femminicidio sono state 113; dall’inizio del 2018 sono morte più di 65 donne: arriviamo quasi a 180, e abbiamo fatto servizi televisivi all’insegna della pornografia del dolore, teatrini politici e manifestazioni di isteria di massa solo per una: Desirée Mariottini, una ragazza che è andata incontro a una morte di una violenza inaudita, sola tra le braccia dei suoi aguzzini, di cui quattro degli immigrati irregolari di origine africana. La risposta era davanti ai miei occhi, ma ho continuato comunque a cercare il motivo perché solo nel caso di Desirée abbiamo assistito a un vero e proprio bombardamento mediatico e perché invece ciò non è successo nei casi di Alba Chiara Baroni o Violeta Senchiu (morta due settimane dopo la Mariottini): una uccisa a colpi di pistola perché aveva lasciato il fidanzato,  l’altra arsa viva dal compagno.

Desirée muore a San Lorenzo, un quartiere dalla doppia anima al quale voglio bene, dove le luci dei luoghi che salvano un quartiere come i locali studenteschi e i centri sociali si alternano all’oblio dei vicoli dove finiscono le persone dimenticate da una città che tende a spingere verso i margini chi non rappresenta il modello della Roma vetrina. Il 24 Ottobre Matteo Salvini è lì, a sfruttare la morte di una ragazza per portare avanti un  progetto di radicamento di odio verso gli ultimi e verso i migranti. Durante la visita del vicepremier qualcuno urlerà ‚l’Italia agli italiani’; non una parola su come e perché è così facile per una sedicenne trovare la droga e morire da sola in una metropoli, non una parola sull’ennesimo branco, di qualsiasi etnia, che aggredisce una giovane donna. Solo fango e tante parole inutili che non servono a farci riflettere da cittadini, ma da bestie che vogliono il sangue e l’esecuzione in piazza del carnefice. Perché di cadavere non ne bastava già uno, ora bisogna anche vessare un’intera categoria di estranei alla vicenda per dare al popolo il sangue. Io sono a casa mentre seguo la diretta degli avvenimenti; fa tutto troppo male, spengo lo schermo.

Questa situazione non è stata gestita in maniera normale a livello mediatico, è stata strumentalizzata politicamente tramite ogni mezzo, anche attraverso la diffusione consapevole di post falsi per aizzare le persone contro un nemico che non esiste (mi riferisco a chi gestisce la comunicazione online del ministro Salvini, Luca Morisi, il quale ha condiviso un post fake che difendeva gli assassini ‚perché vivevano in uno stato depressivo per colpa del razzismo in Italia‘, un’azione che rientra tra le cose da non fare se lavori per il governo di uno Stato democratico).

Ho pensato ai dati sulla violenza sulle donne che abbiamo visto prima, ho pensato al peso mediatico che in genere hanno un femminicidio e uno stupro e l’ho confrontato con il peso che la morte di Desirée ha avuto, ho pensato a tutte le persone che dopo l’accaduto sui social si sono strappate le vesti e hanno tirato fuori i forconi. Desirée Mariottini aveva avuto problemi con la droga, e non l’ho detto prima perché il suo vissuto è quasi irrilevante, tranne per trarre uno spunto di riflessione: pensiamo a come di solito l’opinione pubblica reagisce alla notizia della morte di ragazze con problemi di tossicodipendenza che muoiono nel luogo dove di solito la droga vanno a comprarla: noi a queste persone non ci pensiamo, non ne parliamo, non ci indigniamo per quello che succede a loro. Per loro non ci sono fiori fuori dai cancelli, non c’è la retorica delle ‚nostre donne‘ che muoiono in condizioni tragiche.

Ho pensato ai nomi delle vittime di femminicidio sui palloncini rosa delle manifestazioni di Non Una di Meno per la violenza di genere, ho pensato che per loro non sono state spese abbastanza parole. In casi come questi le uniche parole che dovremmo utilizzare sono quelle in merito alla violenza sulle donne, e quando sono appropriate, quelle sul degrado dei quartieri. Per favore, non fateci sentire cose come ‚vengono qui in Italia a stuprare le nostre donne‘ quando siamo i primi poi a poter dare lezioni di patriarcato agli altri. Non vogliamo sentire cose inutili come ‚l’Italia agli italiani‘, il dolore già è troppo, non serve aggiungere altra violenza.

La risposta era davanti ai miei occhi.

Sono femmina, vivo sotto il peso di una società razzista che mi eleva ad angelo quando a sbranarmi e a farmi a pezzi sono un branco di richiedenti asilo, se a cancellarmi invece è mio marito, il mio ex o il mio fidanzato beh, era solo la furia del raptus amoroso. Se a cancellarmi è qualche ragazzo la sera che non capisce che no è no, la colpa è stata anche un po‘ mia. Sulla mia morte verranno scritti post su facebook dove accanto alla mia foto qualcuno scriverà ‚poteva essere nostra figlia o nostra sorella‘, e che in quanto donna presente nella vita di qualcun altro, in quanto donna che ricopre un ruolo stereotipato (la mite sorella, l’accondiscendente madre, la figlia amorosa) non me lo meritavo di morire. Chissà quando qualcuno si alzerà per dire che io non mi meritavo di morire perché sono una persona, e che qualsiasi ruolo io avessi potuto ricoprire, strega, santa o puttana, nessuno aveva il diritto di ammazzarmi di botte, di stuprarmi o di ardermi viva.

 

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Che fatica dover ripartire dalla fanciulla

Parlare di emozioni e di conoscenza del sé è necessario, anche se non è né fico né attraente

Quando Hayley Williams aveva scritto su Paper Magazine che se piangere e ballare non ti facevano stare meglio forse dovevi metterti a urlare che stai di merda fuori dalla finestra, avevo cominciato a pensare che tutte le soluzioni alla tristezza che avevo cercato e per le quali avevo lottato impiegando mesi prima di arrivare a una ‘verità’, erano cazzate. Quando ero più piccola e c’era qualcosa che non andava, mi scrivevo delle lettere, come se io mi dividessi in due: una parlava, l’altra ascoltava (anni dopo la mia amica Madalina ha dato dei nomi alla mittente e alla destinataria, solo che lei non lo sa). L’altro giorno ne ho riletta una che avevo scritto in tempi abbastanza recenti. Non era una lettera dove mi consolavo, non una lettera dove mi dicevo che sarebbe andato tutto bene, stavolta ero incazzatissima con me stessa, mi rimproveravo di aver cominciato a sacrificare la parte più spontanea, forte e consapevole di me in favore di una Susanna che si crogiolava in una bolla di problemi quasi insignificanti per non concentrarsi su se stessa.

Non ho mai sofferto di disturbi mentali, di conseguenza io entro in quella cerchia di persone che sì, se stanno male è anche e (forse) soprattutto responsabilità loro. Sono solo qualcuno che non sempre riesce a tenere a bada la sua ipersensibilità e i suoi pensieri: quando sto male non sparisco, non perdo i pezzi, anzi, la mia parte più solida osserva con una spalla appoggiata al muro, le braccia conserte e una faccia a metà tra il confuso e l’infastidito la scena di una me persa in fantasie e situazioni che non la rispecchiano e che la fanno stare male perché lo sceglie. C’erano volte in cui rischiavo di perdere il mio centro, che sono io, altre volte mi arrabbiavo perché mi trascuravo e perché mi trattavo male, finché non mi veniva in mente una frase di Holding Onto You che dice che bisognerebbe stringere un cappio intorno alla propria mente, inchiodarla a un albero e ordinarle di obbedirci. Mi ripeto che ho gli strumenti e la pazienza per farlo, che ho la mia buona dose di consapevolezza di me stessa e la forza per rimettere a posto il casino che non pulisco da settimane, anche se lo sappiamo tutti, a pulire ci si mette sempre di più che a sporcare.

A proposito di consapevolezza, molte volte i miei amici e la mia famiglia si stupiscono perché ‘sembra che esperienza x non mi abbia insegnato nulla’ o perché magari ‘sono troppo intelligente per essere così triste’. (Non vorrei peccare di superbia, per chiunque vi voglia bene voi siete troppo intelligenti per trovarvi in qualsiasi situazione sfavorevole). E comunque sarò anche sveglia e consapevole, ma non voglio rinunciare ad avere giornate dove non voglio uscire di casa per stare un po’ con me stessa a rimuginare, non avere un dispiacere attraverso il quale passare e che poi magari mi fa prendere anche un sacco di calci in culo. No, non ci rinuncerei per masochismo, non perché ‘un giorno questo male ti sarà utile’ o tutta quella retorica sulle cadute che fanno di te ciò che sei, ma per due semplici motivi. Uno, e con questa la finiamo con le citazioni musicali, c’è una canzone di Brunori Sas che dice che l’imperativo occidentale di rimuovere sempre e subito il dolore è spaventoso, ed ha ragione. Due, non è che voglia passare la mia vita a piangere, anche perché il solo pensiero di dover dar fondo ai miei risparmi in costosi trattamenti per il contorno occhi e mascara waterproof di ultima generazione mi fa venire voglia di morire, ma perché voglio passare la mia vita a essere presente, ad ascoltarmi, a sentire tutto, e a sapere bene cosa mi succede. Nell’articolo che citavo all’inizio, Hayley Williams dice di aver cominciato a notare dei cambiamenti in lei e nelle persone che le stanno intorno: ‘c’è più presenza e consapevolezza. Più tenerezza. Ora sono cosciente sia del mio dolore che della mia gioia’. Tenerezza. Era qui che volevo arrivare.

Sabotarsi è facile, lo è da sempre e lo sarà sempre per chiunque. Finiamola con questa storiella del cazzo delle persone che per un amico, per un ambiente scolastico o per un partner sono sempre lì a lottare per tirar fuori la versione edulcorata di loro stessi per essere più appetibili: probabilmente staranno leggendo un manuale di self help dal titolo ‘fake it ‘til you make it’ per non guardarsi allo specchio e rendersi conto che stanno letteralmente andando in frantumi. Andiamo gente, prima o poi lo capiranno anche i sassi che c’è qualcosa che non va. Ricordo che quando ero più piccola e stavo male arrivavo a spararmi in un weekend decine di video di life coach o motivational guru di nonsisabenecosa che parlavano di argomenti che non capivo, ma mi aiutavano tantissimo a coprire la confusione che stavo vivendo con la solita retorica del pensare positivo e dell’uscire dalla mia comfort zone. Queste persone però non parlavano a me, io avevo appena perso mio cugino ed ero sempre arrabbiata perché non capivo chi fossi, e ciò non era risolvibile grazie a un guru e i suoi seminari su come avere più sicurezza in sé stessi o che insegnava ad attrarre l’amore della nostra vita (se ci penso mi vengono ancora i brividi). Quello che voglio dire è che se Guzzanti, quando faceva Quelo ci aveva visto lunghissimo e quindi la risposta non potevo trovarla dentro di me, sicuramente non l’avrei trovata neanche su YouTube, a meno che non desiderassi sopprimere la mia interiorità e costruire una convincentissima immagine di me stessa senza neanche sapere chi fossi o come stessi.

Non ricordo come ho fatto a scoprirmi e ad accettarmi, ma ho capito che nei momenti di incertezza dovevo ricominciare dalle cose che mi salvavano e dalla mia identità fatta di lunghissimi periodi di riflessione, di introspezione, di connessione con la parte più genuina di me, di leggerezza e di consapevolezza. Ho capito di non dover spacciare per amor proprio i regali che mi faccio o i pomeriggi passati su Netflix se poi smetto di allenarmi e di leggere. All’inzio essere tenera con me stessa era davvero difficile, prendersi cura di sé stesse è difficile, e per me ha sempre significato una marea di cose che spesso e volentieri entrano in contraddizione: studiare e studiare bene è un modo per dimostrarmi che mi amo, scrivere, approfondire notizie ed argomenti che non conosco, perdonarmi quando mi comporto male con me stessa o con gli altri, perdonarmi quando non riesco a raggiungere un obiettivo o quando mi faccio demoralizzare se vedo che la strada è difficile. Lasciare andare dolori inutili, passare più tempo possibile con persone che mi vogliono bene davvero, essere estremamente autocritica, ecco come mi prendo cura di me. C’è però un modo speciale per dirmi ‘mi amo’, ed è quello di mostrarmi per chi sono, quello di essere trasparente, fare della vulnerabilità uno dei miei tratti distintivi, così da diminuire i filtri tra me e gli altri; soprattutto penso che il mondo sia troppo grande e noi e le nostre vicende personali troppo piccoli per sacrificare la nostra spontaneità e il nostro entusiasmo in nome di una bella facciata che non serve a nessuno. Sono convinta del fatto che si dovrebbe ripartire da un atteggiamento più fanciullesco, più genuino, senza doversi interrogare sul nostro essere ‘di troppo’, semplicemente ascoltarci e seguire cosa riuscirebbe a guarirci o a soddisfarci nel profondo. E conoscerci e accettare che ci sono parti di noi che preferiremmo non vedere richiede degli sforzi, figurarsi capire che si è stanchi di giocare alla persona grande e forte e cominciare a fare la ragazzina. Ripartire dalla fanciulla è una fatica enorme, perché vuol dire cominciare a vedere le cose con occhi nuovi e straordinariamente sensibili, vuol dire essere più attenti a noi stessi e agli altri, e vuol dire pure che il pericolo di farsi male schizza alle stelle. Io però non conosco alternativa, e so di tante persone che l’alternativa non l’hanno mai conosciuta; questa è la faccia che ho, e non so se posso sempre evitare di rompermela. Dovremmo analizzare tutto ciò che ci circonda di meno e passare attraverso i nostri periodi bui, viverli davvero e chiamarli con il loro nome, dare voce alle parti di noi che stanno male, evitare di sentirci inibiti nell’esprimerci; se vi innamorate o se è semplicemente una giornata di merda, urlatelo dalla finestra; se va male vi beccate un rifiuto o un paio di insulti.

Ho detto un sacco di cose banali e forse cambierò addirittura idea quando mi farò male sul serio e mi dirò che lo avrei dovuto prevedere e che non avrei dovuto buttarmi a capofitto. Ma adesso non mi va di lasciarmi andare nel mare delle cose non dette e non fatte; quindi nel dubbio fate sempre i ragazzini, mi raccomando.

 

 

 

 

Amal Fathy, storia di una prigioniera di opinione

Il prossimo 11 Ottobre ricorrono cinque mesi dall’arresto dell’attivista egiziana

Prigionieri di opinione in un Paese amico dell’Italia: ne parlavamo qualche settimana fa sul mio profilo instagram (mi chiamo allegriedisperati e vi lascio il link nella pagina dei contatti) in onore del presidio del 12 Settembre a Montecitorio al quale ho partecipato con Amnesty International. Parlavamo più specificatamente dell’attivista per i diritti umani Amal Fathy

Lungi da me fare riflessioni sessiste, ma per parlare di Amal dobbiamo partire dalla storia del marito Mohamed Lofty, altrimenti vedremmo il quadro a metà e non riusciremmo a capire perché Amal Fathy c’entra con l’Italia. Mohamed è stato ricercatore per Amnesty, è il fondatore e il direttore dell’ECRF, la Commissione Egiziana per i Diritti e le Libertà, una delle poche ONG per i diritti umani ancora attive sul territorio egiziano, che nasce dal lavoro di Lofty e Ahmad Abdallah, e che quest’anno ha vinto il premio Index per la libertà d’espressione. Tra le attività dell’ECRF ci sono il supporto legale alle vittime di abusi da parte delle autorità egiziane e campagne mediatiche per i diritti umani. Non ci sembrerà strano sapere che Mohamed è il consulente egiziano dei coniugi Regeni e che la Commissione si è occupata della morte del figlio Giulio, il ricercatore italiano morto al Cairo, il cui cadavere che riportava segni di pesantissime torture è stato rinvenuto in un fosso nei pressi dell’autostrada che collegava la capitale ad Alessandria. Alla presenza dell’ECRF sul territorio e alla sua importanza a livello nazionale partecipa Amal Fathy, che il 9 Maggio 2018 pubblica un video dove accusa le forze dell’ordine egiziane di essere negligenti e incompetenti nello svolgere il loro lavoro di tutela delle cittadine, che si trovano vittime di episodi di molestie senza però essere protette da polizia e militari; nel video ci sono dei riferimenti anche alle posizioni dure che il governo di Abd al-Fattah al-Sisi ha nei confronti della protezione dei diritti umani; questo video costerà ad Amal la libertà. Due giorni dopo, alle 2.30 la polizia fa irruzione in casa della donna e porta lei, il marito e il figlio alla stazione di Maadi, al Cairo, dove viene deciso di applicare al caso di Amal la detenzione preventiva della durata di quindici giorni in attesa di indagini che servirebbero a smentire o a confermare le accuse di uso improprio dei social, di pubblicazione di notizie false volte a far rovesciare il governo e a minacciare la pace nazionale. Mohamed e il figlio vengono rilasciati qualche ora dopo.

Arriviamo al 12 Maggio, quando il procuratore della suprema sicurezza dello Stato interroga Amal per una presunta connessione con il Movimento giovanile 6 aprile, un’organizzazione d’opposizione che prende il nome dallo sciopero generale degli operai di el-Mahalla el-Kubra, una città dove ha sede la Misr for Weaving & Spinning, una delle più grandi aziende tessili in Egitto. Il Movimento giocò un ruolo centrale nelle proteste del 2011 contro il presidente Hosni Mubarak, e il 28 aprile 2014 l’organizzazione viene messa al bando; da allora chi vi collabora  può essere processato per aver diffamato le autorità: pensiamo al fondatore Ahmed Maher, o ai due attivisti Mohamed Adel e Ahmed Douma condannati a tre anni di galera per aver organizzato una manifestazione non autorizzata.

Da Novembre 2017 attivisti per i diritti umani, influencer e giornalisti vengono arrestati con le accuse di voler rovesciare il governo, accuse supportate dalle indagini delle agenzie di sicurezza nazionale, che hanno prove che si basano su post di Facebook e Twitter. Amal è ricomparsa più volte nel corso di quest’estate davanti a un giudice che ha puntualmente convalidato l’arresto; il problema è che il risultato dell’udienza si sapeva un’ora prima che questa cominciasse. Sono stati indetti scioperi della fame dall’associazione Giulio siamo noi, promossi dai coniugi Regeni e dall’avvocata Alessandra Ballerini per protestare contro il trattamento inumano che Amal Fathy sta ricevendo solo per aver diffuso un video su internet, per chiedere un’adeguata assistenza medica e la sua immediata scarcerazione.

 

 

Le cose che non ho detto di Azar Nafisi

Nel mare di letture che mi hanno scossa e commossa, che mi hanno resa felice per aver scoperto un libro del genere che poi mi ha lasciata con il cuore spezzato, spicca Le cose che non ho detto della scrittrice iraniana e insegnante universitaria Azar Nafisi. Un memoir tra racconti di famiglia, resoconti delle vicende politiche dell’Iran tra gli anni ’50 e ’90 e la descrizione della vita privata dell’autrice.

Siamo a Teheran, in una famiglia alto borghese molto importante della città: il padre di Azar, Ahmad Nafisi, è un intellettuale e un uomo politico che dall’inizio delle vicende a dieci anni, nel 1963, diventerà sindaco, mentre la madre, Nezhat Nafisi, è la prima donna ad essere eletta al Parlamento iraniano. La figura dell’autrice sarà quasi sempre oscurata da quelle dei suoi genitori, soprattutto da quella di Nezhat, dalle loro carismatiche personalità e dai loro segreti: Azar ci racconta del rapporto conflittuale con la madre, una donna che non ha mai smesso di vivere nel passato, tra i suoi fantasmi e che è ancora legata al suo primo matrimonio; non riesce ad andare avanti e non accetta il fatto che la realtà non corrisponda a quella che immagina, e per questo cerca di plasmarla, di cambiare la versione dei fatti che l’hanno resa protagonista, vivendo in un mondo di illusioni, dove non si sente accettata e protetta da nessuno, nemmeno da suo marito e dai suoi stessi figli, con cui ha un comportamento freddo e dispotico. Nezhat Nafisi risulta così un personaggio dalle mille sfaccettature, una donna affascinante e allo stesso tempo spregevole, che rimanendo legata al suo primo marito non riesce ad amare il secondo, Ahmad, un uomo equilibrato e tenero, che trasmette ad Azar l‘amore per la letteratura e per il suo Paese, attraverso la lettura dei grandi poeti persiani, come Firdusi; le fa conoscere un mondo fatto di storie, dove i due possono rifugiarsi, lontani dai fantasmi di Nezhat.

E poi c’è l’Iran degli scià Mossadeq e Pahlavi: quest’ultimo era in rapporti con il padre di Azar e lo fece imprigionare per quattro anni senza processo, perché lo riteneva una presenza scomoda e si servì di false accuse di corruzione per liberarsi di lui. L’Iran della Rivoluzione bianca del 1963 e del regime islamico di Khomeini, che viviamo attraverso gli occhi e la matita di Marjane Satrapi in Persepolis, l’Iran della guerra con l’Iraq.

La scrittura della Nafisi è intima e trasparente, ci da la sensazione che l’autrice stia aprendo la scatola dei ricordi solo per noi, che ci stia raccontando di sé, della sua famiglia e del suo Paese davanti a un caffè, in totale intimità e abbattendo quel muro di austerità e pudore che di solito usiamo per non parlare dei nostri traumi, dei rimpianti e delle riflessioni su noi stessi.

L‘esposizione ha un fortissimo carattere introspettivo, assistiamo alle confessioni di una donna che porta dentro di sé la storia dell’Iran, i segreti della sua famiglia e tanti grandi dolori. L’autrice fa i conti con sé stessa, parla delle sue gioie, delle sue paure, ma soprattutto dei suoi errori: parla delle scelte sbagliate e delle decisioni affrettate che ha preso nel corso della sua vita, accettandone le conseguenze, ed è proprio questo ciò che ferisce di più: Azar accetta il male che ha vissuto e che ha inflitto, ma non lascia andare, i fantasmi di Teheran e della sua giovinezza rimarranno sempre con lei. La narrazione è brillante e avvincente, il libro inghiottisce il lettore, che non riuscirà facilmente a liberarsi di questa storia, che è come un sogno estremamente realistico a cui non facciamo a meno di pensare il mattino dopo; nonostante noi dovremmo concentrarci su altro, ciò che abbiamo sognato la notte precedente non se ne va dalla nostra testa, ed è così anche per questo libro. È impossibile dimenticare la scena malinconica in cui Azar torna alla casa sul Mar Caspio ormai devastata dai bombardamenti dove passava le vacanze da bambina, e quella invece carica di tenerezza dove suo figlio Dara cerca di afferrare la luna dalle pagine di un libro illustrato.

Le cose che non ho detto è un libro che parla di dolore, realizzazione, emancipazione, redenzione, accettazione del proprio passato e di ricongiungimento con i propri fantasmi, un libro che ha alcuni punti di contatto con il capolavoro Memorie d’una ragazza perbene di Simone de Beauvoir, ma attenti a non aspettarvi una storia sulla ricerca della libertà, perché Azar Nafisi dai traumi del proprio passato non si libererà mai.

 

Combattere nel nome di Peppino

Era la mattina del ritrovamento del presidente della Democrazia Cristiana Aldo Moro, il cui cadavere era in una Renault 4 a via Caetani, davanti alla sede del Partito Comunista. Erano gli anni di piombo, gli anni del terrorismo, di Gladio e della strage di piazza Fontana.

Ma quella mattina, il 9 Maggio del 1978, mentre il Paese e l’opinione pubblica italiana erano scossi dalla morte dell’onorevole Moro, a Cinisi, a quaranta chilometri da Palermo, si piangeva un altro morto, Peppino.

Prima ucciso come un cane da Cosa Nostra, poi, per inscenare un attentato suicida, il suo cadavere venne fatto saltare in aria sui binari della ferrovia che da Trapani andava a Palermo, e fu infine dimenticato da stampa e magistratura. Ci vorranno altri sei anni, la forza e l’intraprendenza della madre Felicia e del fratello Giovanni per riportare a galla la verità sulla storia di Peppino Impastato, un uomo cui la storia può insegnarci e darci ancora molto, anche a quarant’anni dalla sua morte.

Peppino nasce a Cinisi nel 1948 in una famiglia mafiosa, è nipote di Cesare Manzella, una delle vittime più celebri della prima guerra di mafia, ammazzato con un carico di tritolo posizionato sotto la sua Alfa Romeo Giulietta: è la prima autobomba ad essere utilizzata in una guerra tra cosche mafiose.

Quando Cesare viene ucciso, Peppino ha solo quindici anni, e rimasto sconvolto dall’accaduto decide di cominciare a combattere la mafia, e lo fa parlando nei comizi cittadini di Democrazia Proletaria, alla sede di Musica e Cultura dove attraverso la musica, il cinema e l’arte si portava avanti un impegno antimafioso, anche con l’aiuto del collettivo femminista del centro, e da buon figlio del ’68, nei gruppi comunisti locali, che in quegli anni si opponevano alla costruzione della terza pista dell’aeroporto di Punta Raisi, a causa dell’espropriazione delle terre dei contadini della contrada Molinazzo.

Ma soprattutto lo fa parlando alla sua radio, Radio Aut, conducendo il programma radiofonico Onda pazza a Mafiopoli, dove, con un’ironia dissacrante e un sarcasmo tagliente, parla dei rapporti tra la politica locale e la mafia, prendendo in giro i boss delle cosche locali, primo fra tutti Gaetano Badalamenti, chiamato da Impastato Tano Seduto, ‚grande capo di Mafiopoli‘. Impastato ricostruiva le riunioni della giunta comunale di Cinisi che si svolgevano al Maficipio, faceva i nomi delle famiglie mafiose e dei politici dell’amministrazione coinvolti in affari con i clan.

La sua ribellione all‘ambiente familiare dove era cresciuto lo porta a un rapporto profondamente conflittuale con il padre Luigi, che lo caccia di casa. Nel frattempo la madre Felicia cerca di mediare i rapporti tra i due, schierandosi dalla parte di Peppino; Luigi Impastato aveva sempre voluto fare del figlio un uomo di mafia, ma lui non ci sta, e il 9 Novembre 1965 si avvicina alla politica, ammaliato dalla figura carismatica di Stefano Venuti, il pittore che aveva fondato la sezione del Partito Comunista di Cinisi. Comincia la carriera politica, Peppino arriva anche a candidarsi alle elezioni provinciali con Democrazia Proletaria, ma prima di sapere i risultati viene ucciso la notte tra l‘8 e il 9 Maggio 1978. Dovremmo aspettare il 1994, quando il Centro Impastato presenterà la richiesta al tribunale di Palermo di interrogare il collaboratore di giustizia Salvatore Palazzolo e di riaprire il caso, archiviato nel 1992. Nel 1996 si arriverà ad individuare i colpevoli: Badalamenti, mandante dell’omicidio, condannato l’11 aprile 2002 all’ergastolo, e Vito Palazzolo, condannato il 5 marzo 2001a trent’anni. I due sono stati condannati dalla Corte d’Assise e sono entrambi morti in prigione.

Siamo partiti da un caso che l’opinione pubblica e il giornalismo italiano avevano in un primo momento descritto come il suicidio di un piccolo terrorista di provincia, e siamo arrivati a capire cosa successe davvero in quegli anni a Cinisi, e soprattutto chi era Peppino Impastato. Il fatto che non si sia subito pensato a un delitto di matrice mafiosa ci fa capire che abbiamo bisogno di parlare di mafia: nei centri sociali e culturali, a scuola, in politica. Abbiamo bisogno di capire cos’è la mafia, abbiamo bisogno di inquadrarla, darle dei connotati precisi, così da saperla riconoscere, specialmente in un’epoca nella quale il cittadino tende sempre meno a informarsi in maniera adeguata, di conseguenza è sempre meno libero e sempre più in balia di ‚sistemi di mediazione sociale‘ come li descrive lo storico Salvatore Lupo. Un sistema di mediazione sociale è un sistema che vuole prendere il posto di quello dello Stato, attraverso una rete di conoscenze e favoritismi, uccidendo la libertà del singolo.

Per inquadrare meglio la mafia serviamoci di concetti semplici, che ci faciliteranno il riconoscere un fenomeno così complesso, e quindi immaginiamo di doverla spiegare ad un bambino: la mafia è un po‘ come la mamma. Sa tutto, controlla tutto, pensa a tutto lei e ci protegge: noi non dobbiamo pensare a nulla, dobbiamo lasciarla fare, ad un’unica condizione, e cioè quella di non preoccuparci, di non impicciarci, di girare la testa dall’altra parte e non dare fastidio ai pesci grossi. Quando Impastato e gli amici del gruppo Musica e Cultura organizzarono una mostra itinerante nel centro di Cinisi, organizzata in pannelli che attraverso foto e didascalie mostravano le attività mafiose sul territorio, molti giravano la testa, ignoravano ciò che avevano davanti agli occhi; i ragazzi che avevano i pannelli in mano si giravano verso chi faceva finta di niente, per costringerli a vedere le prove di cosa stava succedendo nella Sicilia degli anni Settanta.

La mia intenzione non è quella di fornire una descrizione esaustiva del fenomeno mafioso, ma di dare un paio di dritte semplicissime che possono aiutarci a capire meglio cosa succede intorno a noi, ad essere un po‘ meno confusi, specialmente vivendo in una città come Roma, dove la mafia e il marcio si annidano ovunque. Ecco, noi dobbiamo scegliere di rifiutare il marcio e scegliere la bellezza, come ha voluto fare Peppino, che con l’attivismo politico e culturale ha voluto dire ai suoi concittadini che l’alternativa ad obbedire al boss di turno c’è, e noi dobbiamo impegnarci a dimostrare che i suoi sforzi non sono stati vani, che lui è uno dei tanti semi della lotta alla mafia, e se i posteri si prenderanno cura della memoria e del ricordo, i frutti, con tanta fatica e tanto tempo, cresceranno.

Giovanni Falcone diceva che chi ripudia Cosa Nostra comprende quale cultura di morte diffonde ed esalta, e sceglie la vita. Scegliamo la vita, la legalità, scegliamo di abuituarci alla bellezza, non rimaniamo in silenzio e non giriamo la testa dall’altra parte. Facciamolo per il mondo in cui vogliamo vivere e che vogliamo lasciare a chi verrà dopo di noi, facciamolo per chi ha dedicato la vita all’antimafia, facciamolo per le vittime, facciamolo per Peppino.

 

Antifascismo: istruzioni per l’uso (Perché non dobbiamo e non vogliamo avere a che fare con i neofascismi)

Sento che c’è qualcosa che non va, qualcosa di troppo grande che si fa finta di non vedere e che entra a far parte del nostro quotidiano. Qualcosa che la complicità del nostro silenzio autorizza a distruggere tutto ciò che in anni di fatica e sacrifici abbiamo cercato di costruire, di mettere in salvo e di lasciare in eredità alle generazioni successive, come l’ascolto dell’altro, l’uguaglianza, la non violenza, la democrazia, i diritti (diritti da concedere a tutti, e non solo a chi vogliamo noi, perché quelli si chiamano privilegi), la tolleranza, l’impegno per una società inclusiva e libera. Insomma, i preziosi valori dell’antifascismo e della Resistenza, che devono rimanere alla base del nostro Paese e che dobbiamo stare attenti a non dimenticare.

Non possiamo più avere a che fare con il fascismo, con la sua cultura macista e squadrista che rifiuta il confronto, l‘eterodossia e la pluralità.

Non ci si sofferma mai sul fatto che l‘atteggiamento di rifiuto nei confronti dell’altro porta la società ad un impoverimento di tipo culturale, sociale, economico e politico; ecco perché il fascismo non è all’altezza di far fronte alle problematiche dell’Occidente e del nostro tempo. Anche il livello scandalosamente basso del dialogo politico al quale i fascisti sono abituati, che si serve sempre più spesso dell’imposizione delle proprie idee, rappresenta un grande problema, in quanto dovremmo auspicarci che nel confronto tra fazioni e partiti ci sia diplomazia, cautela, abilità nell’utilizzare le parole e nel veicolare i messaggi. Non abbiamo bisogno di persone che spaccano la faccia ai pakistani, segnano le porte degli antifascisti con adesivi, vandalizzano sedi di partiti e pretendono che tu li stia a sentire, se no ‚ti facciamo vedere noi‘. (Colgo l’occasione per prendere le distanze da chi, con la scusa dell’ideologia antifa pensa di poter compiere ogni atto di violenza).

Un’ideologia politica che esalta la forza, la violenza, che citando Beccaria ‚permette che l’uomo cessi di essere persona e diventi cosa‘ e che si basa sulla prevaricazione e sulla discriminazione dell’altro non solo è deleteria, ma anche illegale, come stabilito dalla dodicesima disposizione transitoria e finale, dall’art. 2 e 3 della Costituzione. Il fascismo è la negazione del concetto di politica stessa, che vuol dire servizio al Paese e alle esigenze del popolo, le esigenze di tutti.

Eppure  non tutti riescono a capire quanto sono pericolosi i pochi neofascisti (perché sono pochi ma fanno così rumore da sembrare tanti), perché non siamo stati abituati dalla politica e dai mezzi di informazione ad inquadrare ed affrontare la situazione in maniera adeguata. In un Paese esasperato dalla crisi economica e istituzionale, l’ondata di xenofobia (dal momento in cui non siamo attrezzati per far fronte all’ondata migratoria degli ultimi anni, senza dimenticare la radicata tradizione politica di estrema destra in Italia) trova terreno fertile, e qui si infilano anche i neofascisti, già attivi da molto tempo, ma che hanno cambiato faccia.

Li vediamo in televisione ad autorpoclamarsi gli unici che hanno davvero a cuore il futuro dell’Italia e del suo popolo (che guarda caso esclude immigrati, musulmani, ebrei, persone facenti parte della comunità LGBTQ, italiani di seconda generazione). Li vediamo apparentemente diplomatici e preparati al confronto, così quando si ribadisce l’incostituzionalità delle loro organizzazioni e delle loro idee siamo noi che non vogliamo concedere la libertà di espressione, con buona parte dell‘elettorato che alzerà gli occhi al cielo, perché dimenticavo di dirvi che oggi l’antifascismo è percepito come un fenomeno politico vecchio, che non ha più a che fare con l’Italia di oggi, e a me questo fa tanto pensare che abbiamo lasciato nel dimenticatoio i valori della Resistenza e della Repubblica, quando ora come non mai ne abbiamo bisogno, abbiamo bisogno di riabituarci a sentirli nostri.

Impariamo a verificare quanto queste organizzazioni abbiano a che fare con i veri interessi dello Stato, se dicono di essere così attente e vicine alle persone (ma solo a quelle che vogliono loro), che se sembrano convincenti non vuol dire che lo siano.

Perché io se penso alla scuola Diaz, a Nicola Tommasoli, a Emmanuel Chidi Namdi, a Renato Biagetti,  mi convinco che ho ragione a sentire che c’è qualcosa che non va.